Housing Sociale: com’è e come dovrebbe essere

housing sociale

 

In Italia, con decreto del 2008, si definisce “alloggio sociale”  l’unità immobiliare adibita ad uso residenziale, in locazione permanente, che svolge la funzione di interesse generale di ridurre il disagio abitativo di individui e nuclei familiari svantaggiati, ovvero non in grado di accedere alla locazione di alloggi nel libero mercato. Il secondo punto della sua definizione ufficiale lo configura come “elemento essenziale del sistema di edilizia residenziale sociale costituito dall’insieme dei servizi abitativi finalizzati al soddisfacimento delle esigenze primarie.”

Nel nostro Paese, anche in questo caso, la distanza tra teoria e praxis è piuttosto marcata.

Housing Sociale è la traduzione che si è voluta spesso dare ad una serie di operazioni, di natura speculativa.  Lo sfratto da abitazioni di proprietà “pubblica”, costruite spesso nelle precedenti periferie per garantire un diritto ma  che con il tempo hanno visto aumentare il valore di mercato e le spese per il loro mantenimento.  Le cronache ci mostrano tutti gli errori, spesso dolosi, compiuti da decenni dalle pubbliche amministrazioni in questo delicatissimo settore.

Guardando oltre il nostro orticello possiamo però vedere come ci siano altre esperienze di Housing Sociale a cui ispirarsi.

E’ a tutti noto il caso della Francia, dove il S.H.  occupa il 20% del mercato e viene strutturato in maniera inclusiva, alla ricerca dell’integrazione soprattutto dopo il verificarsi  degli incidenti nelle banlieu. Oltre ad una riqualificazione generale, sono stati adeguati agli  standard abitativi, dotandoli o incrementandone i servizi.  In Francia i comuni con più di 3500 abitanti devono disporre del 20% di alloggi sociali sul totale delle abitazioni costruite e, a partire dal 2002, ogni comune che non raggiunge il 20% paga una multa per ogni alloggio sociale mancante. Il denaro raccolto è destinato a finanziare la costruzione di altre case sociali.

Le differenze tra le abitazioni protette e quelle destinate ad essere immesse nel mercato sono nel prezzo ma non nella qualità dei materiali usati o della quantità di servizi collegati. Non si crea una periferia, ma un nuovo centro in cui tutte le classi coesistono, a prescindere dalla loro disponibilità economica con dei benefici in termini di coesistenza e civismo molto lontani da quelli raggiunti nei nostri mostri di cemento senza manutenzione e spesso abbandonati a se stessi.

Nella regione Lazio, soprattutto a Roma, la lunga mano della speculazione sembra essere quella che, facilitata da un’attiva collaborazione con le forze politica, ha portato allo svolgersi  di operazioni non trasparenti, dove un ente pubblico “sfratta” gli assegnatari per poi svendere in blocco ad imprese che mirano solo a generare profitto da quello che per legge era il mattone di tutti per chi non aveva avuto la possibilità di comprarlo.

Una priorità del prossimo consiglio regionale, che sostituirà chi, tra un’ostrica ed una vacanza pagata da noi, ha approvato il famigerato “Piano Casa” sarà quello di regolamentare attraverso leggi chiare e trasparenti questo importantissimo settore pubblico. La trasparenza, soprattutto per gli appalti e le cartolarizzazioni, insieme ad un impegno per la salvaguardia del territorio.

Il nostro obbligo è difendere l’assegnatario dalle grinfie di chi finora ne ha approfittato, pensando di poter generare un margine di profitto sulle tragedie di famiglie che vengono estirpate dal loro contesto sociale per essere mandate, nella migliore delle ipotesi, in un luogo dove fino a pochi anni prima pascolavano beati i ruminanti.

Nel modello francese, come in altri applicati in nazioni non meno popolose della nostra, va cercata la strada per far cessare questo circolo vizioso che con la forza centrifuga dell’arroganza di chi è colluso con il Potere scaccia gli aventi diritto a favore dei proventi di un dritto.

 

 

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