Rifkin e la IV Rivoluzione Industriale

Verso la Rivoluzione Industriale 4.0: sfide e opportunità

Jeremy Rifkin l’ha chiamata Terza Rivoluzione Industriale, alcuni Industry 4.0 dando più enfasi alla domotica, altri partono da concetti di sharing economy facilitata dal digitale e con applicazioni a 360° di sostenibilità ambientale e rinnovabili. Comunque la si guardi, quello che si prospetta è un cambiamento strutturale nei modi di produrre, lavorare, consumare.

Ma cosa si intende per Rivoluzione Industriale?

In sintesi, la Prima Rivoluzione Industriale nacque alla fine del 1700 favorita dall’introduzione del vapore, la Seconda Rivoluzione Industriale a fine 1800 con l’introduzione di elettricità e petrolio, mentre la Terza a fine 1900 con le tecnologie dell’informatica e la globalizzazione delle produzioni e dei consumi. Ciascuna di queste Rivoluzioni ha portato tutte le conseguenze che conosciamo nei modelli produttivi, di organizzazione del lavoro, di definizione di modelli economici. E anche con impatti importanti di tipo socio politico e di redistribuzione della ricchezza tra classi sociali.

Oggi però le reti e i mezzi produttivi che hanno supportato lo sviluppo della Seconda e Terza Rivoluzione Industriale (ferrovie, elettricità, motore a scoppio, petrolio ecc.) hanno raggiunto una saturazione e il limite massimo di capacità produttiva al quale molti economisti associano il calo del Pil e l’aumento di disoccupazione.

La vision di Jeremy Rifkin e della Quarta Rivoluzione Industriale parte proprio dal superamento di questi vincoli con la costruzione di una nuova infrastruttura intelligente (smart grid) che integri produzione di energie rinnovabili, mobilità verde e biomimesi, domotica, smart working, ecc. creando ecosistemi digitali distribuiti.

In altre parole, architetture di Internet of Things (o addirittura Internet of Everything) che connettano in modo sostenibile (con basso impatto di carbon footprint secondo i principi della Blue Economy a la Gunter Pauli) i fattori produttivi, supportati da algoritmi di intelligenza artificiale. Alla base di questa visione c’è ovviamente la necessità di scambiare energia, dati e
informazioni a enorme velocità (es. reti 5G) e quindi investimenti in infrastrutture e competenze digitali sia nelle “fabbriche” (la cosiddetta Industria 4.0), sia nelle Pubbliche Amministrazioni.
Questo nuovo modello produttivo basato su concetti di innovazione aperta, distribuita (prosumer), collaborativa, con economie di scala di tipo orizzontale, richiede modelli di governance
nuovi. Tra le esperienze a livello europeo più interessanti da questo punto di vista c’è quella olandese di Rotterdam e l’Aia che hanno sviluppato la figura di un ente governativo facilitatore del cambiamento che promuove progetti partecipati da centinaia di stakeholders (dagli enti locali, alle associazioni di categoria, fino ai centri di ricerca universitari) che creano reti distribuite sul territorio al fine di sfruttare le competenze locali, ma collegate a reti globali digitali.

In tutto ciò l’Italia com’è messa? Forte di un tessuto produttivo di piccole e medie imprese e “artigiani”, l’opportunità di mettere in rete il fattore produttivo capitale umano potrebbe essere
una scommessa vincente. Per visualizzare una suggestione, immaginiamoci un orafo che disegna e produce un gioiello che poi viene stampato in 3D dall’altra parte del Mondo senza necessità di trasporti. Ma non è così facile, il digital divide è ancora dirimente e l’Italia è al 25° posto sui 28 Paesi europei nell’Indice sullo stato di avanzamento nell’economia e società digitali della Commissione Europea (DESI). In ogni caso, la costruzione di questa smart-grid sarà un’opportunità da cogliere perché porterà lavoro almeno per i prossimi 40 anni.
Per non lanciarsi in un ineludibile futuro digitale senza paracadute, è necessario ripensare non solo a nuovi modelli di crescita basati su ecosistemi digitali distribuiti e ai necessari investimenti in tecnologie, ma anche affrontare le nuove sfide.

Ad esempio le sfide relative alla sicurezza cibernetica, al controllo degli algoritmi di intelligenza artificiale che profilano i cittadini, ai diritti di consumatori e lavoratori.
Molto spesso le soluzioni a queste sfide non possono essere “nazionali” ma gestite da organismi intergovernativi multilaterali e da un’Unione Europea che non deve limitarsi ad un’unione monetaria ma deve essere capace di sviluppare e attuare una visione Politica 4.0, che crei cittadini interconnessi ma cosmopoliti e non globalizzati.

Per questo è stato lanciato il cosiddetto “Fondo Junker”, una specie di Paino Marshall per il digitale con 630 miliardi di euro per lo sviluppo di una struttura Smart Europe che promuova la Rivoluzione Industriale Digitale. L’Italia saprà cogliere questa opportunità? Sono ancora troppo pochi i politici che sanno vedere e raccontare questa storia. Il nostro compito è proprio quello di essere avanguardisti.

 

 

 

Il presente post non ha ambizioni scientifiche ma solo l’obiettivo di mettere a fuoco alcuni elementi utili per una nuova visione di lungo periodo per il nostro Paese.